La paga del Sabato

Le gambe conserte e una felce umida tra le mani, osservo i tetti di ardesia incastrati nell’angustia ragnatela di un dedalo metropolitano. Il vespro scende lentamente, colorando di prugna il gregge sparuto che pascola nel cielo. Le luci si accendono una dopo l’altra, riportando sul palco l’odore stantio della monotonia quotidiana: non c’è nessun Dio a vegliare su di voi, sull’opera delle vostre devastazioni. Lei è viva e io sono morto, ripeto il salmo dell’unica religione possibile, quella della solitudine, quella della follia. Quando riapro gli occhi, lacrimanti di sole e cristalli di sale di Guérande, mi ritrovo solo nel frastuono sottocutaneo di una glaciale vettura della metropolitana: la linea Quattro. La velocità aumenta costantemente, la forza centrifuga mi sbatte con violenza sui sedili reclinabili, ovviamente chiusi. Apro il libro che ho nella tasca destra del giaccone, a pagina centocinquantacinque, là dove si discute di blasfemia mistica o di una mistica blasfema. Insomma. Leggo e rileggo, avanti e indietro nel cimitero parlante di queste poche righe, tutto intorno la luce compie strane evoluzioni, tra bellezza e lacerazione. Poi osservo la sporcizia per terra, una lattina vuota, il vomito giallastro di qualche adolescente alle prime armi, briciole di vite perdute. Il palo d’acciaio che fa da pilastro si scioglie a causa dell’accelerazione improvvisa, il metallo urla, un sorriso di bambola si disegna sulla lattina, le porte si spalancano ed ecco un essere senza volto entrare nella mia alcova centripeta. Non guarda, non piange, non ride, non parla. Sputa lamelle di pus infetto, è finita l’epoca delle odalische. Nel pannello che indica i minuti le cifre impazziscono, enne un milione trilioni anni luce futuro prossimo Sarajevo Novecento Medioevo Rinascimento calco dei tempi. La paura non ricordo più cosa sia, un fottio di sentimenti al macero, acchiappo un pugno di pomodori secchi, dov’è, dov’è il vostro maledetto sapore di sole e di fuoco lunare? Sono l’attore muto della disumanizzazione dell’umanità, una salamandra oscura che calpesta il suolo orfano della sua stessa sacralità: non c’è più dolore né fede. I colori si sfocano su loro stessi, il libro si chiude perdendo il segno, la liquidità della vettura galleggia in mezzo ai tunnel infiniti del nulla assoluto.

Poi un prurito, un leggero tremore, una carie che ricomincia a pulsare e le chele di un granchio che acchiappano le dita callose abbandonate su un tavolo desertico. Apro gli occhi, le lacrime si sono asciugate sotto il sole dei morenti, un flauto traverso accompagna la catarsi palindromica, nell’aria si disegnano i cerchi di strane simmetrie. Eccola, ghiacciata, gocciolante, redenzione ermetica: la pinta di birra giace proprio davanti ai miei occhi, la sollevo religiosamente e poi bevo, bevo la vita a lunghi sorsi. È lei, la mia paga del Sabato, Prima della fine.

Prima che l’effetto finisca, poi mi perderò di vista.

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Un amore di pianista

Il ritorno da Trafalmadore scuote il fuso orario intestinale, l’atterraggio non è stato dei migliori: pochi e laidi gli applausi al conducente. Lasciare l’universo trilliniano crea un sintomatico vuoto allo stomaco, un whisky dal nome fumante riporta i miei piedi sanguinanti su terra. Anzi, su soppalco. Liscio, dorato, ondeggia mellifluo all’interno della sua gabbia vetrata, assorbendo con eleganza gli aromi tarlati del legno che ci circonda, che ci protegge. L’eruzione vulcanica di fogli sparsi riempie di caos parlato l’apparente ordine interiore, le orme di un gatto superbo affievoliscono l’angoscia da isolamento. Con lo sguardo seguo i movimenti meccanici di Jo, il barista dalle ossa fragili: s’infuria, s’inarca, molleggia come un fuscello ipertrofico in mezzo ai grumi invecchiati di un caffè scadente. Sul bancone i corpi vischiosi di un nugolo di bicchieri succhiati, suppellettili appiccicaticci dell’ordine immorale. Sembra di essere a Bagdad, o ad Algeri il giorno della liberazione, il disordine è primordiale, il circo è capovolto. Lafcadio, protetto dalla chioma fumo di Londra, sta proprio davanti al banco, si agita sotto i colpi di un blues nero Africa. Esmeralda lo guarda, ferma, statica, ammaliata dalle esalazioni mortali del suo artista ampolloso. Il calesse della sua ascesi amorosa s’impantana di fronte all’assurdità di un semaforo lampeggiante: eppure lei non vuole dare la precedenza a nessuno, nemmeno a quelli che arrivano alla sua destra. I suoi occhi eruttano lapilli di ghiaccio rovente, le mani macchiate da un’implosione capillare accarezzano ossequiosamente gli effluvi posticci di un’impostura invereconda. Esmeralda è una mecenate, ma non è mecenate del suo Lafcadio, no. Esmeralda è mecenate del suo amore, del suo Amore per lui. Spiegateglielo voi che potete: lei, ahimè, non lo sa.

Si guardano, si respirano, Pigalle e un bolero incessante accompagnano la loro inseminazione infeconda. Lafcadio ha gli occhi aperti, sogna la poesia meticcia di uno chansonnier di Dordogna, la bacia con le labbra secche di egoismo scenico, freme per un Faugères in decantazione. Esmeralda chiude le palpebre e apre le porte del suo cuore malato, il trasporto metafisico è segnato dall’umidità fluviale delle sue labbra carnose. Viaggia in mezzo ai denti spuri di un dolce calore maschio, sente le note frivole di un pianista lontano, spinge i seni sodi contro il suo petto villoso e lambisce con forza la sua chioma bigia. Lafcadio odia ciò che odia e ama ciò che esecra, Lafcadio non riuscirà mai a detestare Esmeralda: è più forte di lui, è più forte delle sue dita virtuose. La benevolenza non si trasformerà in amore, e questo lui lo sa. Esmeralda, povera lei, è schiava di una gelosia che culmina nell’odio supremo, la sua presunta maschera libertina è caduta con un tonfo assordante al primo sussulto virulento per quell’amore di pianista.

I polpastrelli si poggiano delicatamente sui tasti untuosi, l’aria sa di burro d’arachidi e di mefiti, la danza solforosa livida di malintesi ammalia la dolcezza asfittica di Esmeralda. Mentre sogno un pasto di parole nude vedo la Scaldacazzi avvicinarsi baldamente al pianista, il suo canto soprano interrompe la cascata di fraintendimenti labili, si guardano, ammiccano, profanano congiuntamente un componimento viennese, mentre sullo sfondo i bambini della borghesia ridono in dissonanza con la partizione sfregiata. Una nuvola nera di rancore invade sibillina la calma della locanda, Audrey scruta con frivolezza il processo kafkiano di una morte sicura, Lafcadio suona per lei, e Audrey, gaia e prominente, non lo sa, o forse sì, ma semplicemente non le interessa. La Scaldacazzi accarezza il suonatore, annusa a pieni polmoni il mosto linfatico esalato da quel corpo provato dall’usura dei sensi, piscia, eiacula, piange. Poi si butta a capofitto sui bambini della borghesia, la sua solitudine carnale è un capriccio che si specchia nel cinismo quotidiano. Il pathos sale, il climax anche, Esmeralda ha il fuoco al cervello, il calore scioglie il ghiaccio dei bulbi oculari, i capillari esplodono come fuochi d’artificio, il libeccio butta giù le anime sopite dei bicchieri, Bagdad, Algeri, la guerra è dichiarata.

La testa di Lafcadio adesso è incastrata sotto l’anta del pianoforte, il piede lacera il sopore della sordina, le sue dita non suonano più. Audrey mastica sorrisi increduli, i bambini applaudono l’esibizione improvvisa, intrigati da tanto livore, Jo raccoglie i cocci di un amore strozzato. Esmeralda, beh Esmeralda osserva l’assurdo del suo dolore, – «non è assurdo, è normale», direbbe Horacio, -   memorie di teste fracassate. Si guarda i palmi delle mani, non le è rimasto nulla: non il suo fallo, non il suo bene, e nemmeno il sangue secco delle sue vene. Cecità, angheria, asfissia passionale. E tutto per una scaldacazzi che adesso guarda tutti dall’alto della sua solitudine caricaturale: Io sono viva, sembra dire la Scalda, Io sono viva e voi siete tutti morti. Ha forse torto? Amen.

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Uderico Trillini, sineddoche

Guizzi d’aria novembrina penetrano attraverso gli spifferi legnosi della porta tarlata, il grido disperato dei gabbiani è attutito dal vociare affamato della tignosa compagnia dei piccioni. La locanda si riempie di carne settica, il tanfo di salmone affumicato riporta l’oste sognante su note avvampanti di freddezza norvegese. Mando giù d’un fiato un rum barricato della Martinica, la gola si colma all’istante di iridescenti fiamme caraibiche, decine di fogli con sfumature di panna cotta offuscano la struggente bellezza del Prunus avium. Ricordo senza rimpianti il mogano di un’infanzia lontana, i cerchi in lega e gli interni in radica. Legna, legna da ardere nell’incendio fatuo di passati ideali. Uderico Trillini del passato non ha mai avuto bisogno, e dopo il misfatto, o meglio, dopo l’allucinazione collettiva chiamata Paola, non si fece più vedere per un bel pezzo. Lo ritrovai, per difetto, un afoso pomeriggio d’estate, sotto i colpi virili di un Bordeaux del Duemilatre. Esalava gentilezza, affabilità, seduceva con lo sguardo da aspettativa eterna le suadenti dame sedute al nostro tavolo. Trillini, mica il Bordeaux.

Quando rivedo gli anni luminosi della fanciullezza mi tornano in mente, un’altra volta ancora, il cerchio in lega e gli interni in radica. Era un modo per elevare il proprio rango personale, per crogiolarsi nella classe, la distinzione, l’eleganza. Uderico Trillini non ha mai, dico mai, avuto bisogno di millantare interni in radica o cerchi in lega. Uderico Trillini il fascino, lo charme, la raffinatezza, ce li ha impressi nel acido desossiribonucleico. Il mio loden da ebreo errante sbiadiva di fronte al Trillini avvolto pacatamente nella sua giacca di tweed scozzese, con quell’aria da baronetto tzigano che sapeva di Edimburgo e di spezie orientali. Beckett, chitarra e voce: quello trilliniano è sempre stato uno stile tanto semplice quando terribilmente irraggiungibile. Dalla mia fragile epopea eritrea stillavano fessure di invidia mista a solenne ammirazione per questo lodevole vassallo della signorilità.

Poi un giorno, davanti ad una zuppa fredda di cetrioli e menta, Trillini mi confessò le sue pene e i suoi dolori. Proprio al termine di quel convivio idillico, all’ombra delle dame abbindolate, quando ormai nulla sembrava poter interrompere le perfette armonie di colori e sapori di un quadretto bucolico dal pudore rinascimentale. E invece Trillini è anche questo: è sorpresa, è intuito, è un sussulto di tranquillità assoluta. «Io non sono più il mio nome» disse mentre la punta della lingua pizzicava di mostarda di Digione. A pensarci bene saranno secoli che nessuno lo chiama più Uderico, o Uderico Trillini: per tutti Trillini è semplicemente Trillini. Soledad, Astor Piazzolla ci stordiva di un tango lento, la sensualità faceva da cornice al sublime amplesso della natura, una farfalla si posò leggiadra sul bordo appiccicaticcio di un bicchiere macchiato di mele di Normandia, poi volò via, come se niente fosse, come Uderico: per non tornare più. Lo guardai, la sua voce era ferma, gli occhi si stringevano come fenditure elastiche, accecati dal bruciare idiosincrasico del sole. Il cielo si fece porpora, la chitarra seguiva un giro di blues e il sudore annegava la fronte spaziosa: metempsicosi immobile. Ecco, pensai in quel momento, Uderico Trillini in fin dei conti è una sineddoche. Trillini. Una parte del tutto.

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Habemus Paola

Segue

Una colata di lava marrone arido investì il bancone, Lei si alzò lasciandosi alle spalle le disperazioni infinitesimali delle sue vittime. Mandai giù un intruglio al rododendro, e respirai a pieni polmoni i silenzi di quegli istanti acidi. Le sue pupille martoriate frustavano le nostre intestina infiammate, il candore della sua pelle era una sibillina scossa elettrica per i nostri pericardi impermeabili. Percepivo l’ansia corrosiva dei suoi giudizi taciti, il fiato ricordava la piscia verdastra dopo una scorpacciata di asparagi. Francis, popolato come uno IACP della periferia napoletana, le si avvicinò barcollante, la barba incolta cresceva a vista d’occhio e il vello semiaperto fuoriusciva verace dalla camicia a righe verticali. La toccò, la scosse umanamente, ma invece di un canarino impaurito si trovò davanti una statua rinascimentale stremata dall’incedere ripetitivo delle stagioni. Horacio scrutò quell’attimo di espiazione gotica da dietro le sue lenti appannate, il cappello scendeva sulla notte dei demoni fatui, la sifilide secondaria avanzava, tumefacendo ghiandole salivari e milza. Come un Treponema pallidum si alzò tremante dallo sgabello e ordinò solennemente cinque pinte ambrate, sperava nella cronicità compensativa della redenzione. Trillini, fuori dal cumulo sinuoso di macerie etiliche, osò interrompere il sermone Horaciano, macchiandosi di infamia: pretendere una birra piccola significava tradire un patto millenario.

I boccali schiumanti si levarono verso il soffitto, minacciando la stasi apatica della fitta rete di ragnatele, All’accidia, alla naia, allo zaino usurato di Paola. Spremuta l’Arancia raccogliemmo le bucce butterate e seguimmo, catartici, la via dell’eretismo, verso la collina eremitica dove avremmo tentato di rinsaldare il legame scisto con la spada della nostra feccia. Lei ci seguiva, volitiva come l’incoscienza remota di un regime in decomposizione. I latrati di un cane monco ruppero il soffice monologo dei depositi di neve ai bordi della carreggiata, e il droghiere, in catalessi eterna, ci incantò con la freschezza sordida delle sue bionde. Paola, sfuggente da sé stessa e sfuggita alla realtà, riempì il suo sacco di un disgustoso intruglio alla tequila, sentii l’aculeo tormentoso di un pensiero alieno violentarmi la mente.

Poi il cammino offuscato e reciso, un cordone ombelicale che si spezza riempiendo di placenta il vuoto interiore, una foto sfocata e centinaia di lampioni in successione. Provo a ricordare, ma la mescalina invade la memoria. In quel momento pensai alla violenza, all’estetica della violenza, e al fatto indiscutibile che, come il potere, anche io volevo solamente sopravvivere a me stesso. Non volevo ammettere il dolore né la colpa. E infine, Paola, il coraggio, il desiderio. La paura. Non parlò, mai, emanava dei lampi di ribrezzo perpetuo, «Perpignan, Pepignan. Perpignan è una città di merda. Salvatemi, salvatevi». Perpignan, metafora del fango e dell’alluvione di ottusità, la felce, il martello, la costruzione di un orrore.

Quindi la crisi: la scomparsa di un borsello, le accuse, le scuse, le lacrime inebetite che si bloccano sugli zigomi cerei di freddo e pazzia, le grida gitane di un fuoco lontano, un telefono che sbatte contro il muro dell’infelicità. Rivedo Trillini che si fionda, lo raccoglie a pezzi e segue la fuggitiva. I Francis dormono, Horacio, con le sue embolie aristoteliche, lancia punte di spillo, è il suo verbo muto. La rincorsi, la scorsi dietro un autobus scivolando nei tranelli di ghiaccio e sabbia, la chiamai, Trillini trasalì disperato. Ma Lei non c’era più, scomparsa in un soffio gelido di tramontana, l’autobus una mera illusione ottica, il telefono un ammasso di rottami senz’anima né cuore. Noi ci contorcemmo dal freddo e dalla fame, la fame di rigenerazione seminale.

Solo qualche giorno dopo, Horacio, attraverso un sillogismo, arrivò ad una conclusione soddisfacente: Paola era stata un’allucinazione collettiva. L’erinni, nuvola tempestosa, colei che punisce chi viola l’ordine morale, l’ossessione del male, il rimorso delle passioni. Perché oggi le passioni ci sono concesse solo a piccoli sorsi interrotti, ma Noi, poeti posticci assettati di orge vitali ad libitum, le passioni preferiamo berle tutte d’un fiato. Trivio teoretico, mitopoiesi assidua, l’assurdo come obiettivo finale. E allora ritorna, Paola, puniscici un’altra volta ancora, stupiscici nei tuoi macabri e inquietanti silenzi sordi, facci sentire la violenza del dolore e della paura. Se ti rivedremo ancora, oh Paola, vorrà dire che non avremo ancora piegato le ginocchia davanti al torpore generale, perché Tu, apportatrice di malattie, Tisifone, Megera, sembianza degli occhi miei, sei la nostra unica e ultima speranza. Tragicamente distruttivo è il desiderio di poter gridare un giorno alle anime morte: La abbiamo, è con noi, per sempre. Habemus Paola. Addio, Mondo.

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Se una notte d’inverno Paola

Vertigine aleatoria, forte salivazione, tensione dei muscoli del collo, uno spasmodico fluido vitale scorre caldo nelle vene. Sotto, il mondo continua il suo gioco, la torcia peruviana illumina di immagini psichedeliche la notte dei tempi, i toltechi riemergono dalle epoche precolombiane e con uno straziante canto in nahuatl rompono il lamento greve di quattro vecchi bastardi ubriachi. Sinestesia. L’antogenesi contemplativa di un periodo lontano, quando la leggerezza faceva da siero mescalinico alle nostre serate disinvolte. Poi arrivò una glaciale domenica di novembre, nemmeno i morti riuscivano a riposare. Uscimmo per placare un’immane sete di ebbrezza e per scaldare con i nostri accenti prostranti gli ultimi bistrot aperti, vittime sacrificali di disertori pigri e infreddoliti. A quel tempo amavamo ripetere agli interlocutori di turno che noi, Noi ci divertivamo. «Noi ci divertiamo», era la nostra occupazione e preoccupazione maggiore. Nuotavamo in un mare d’incomprensione, in queste lande esagitate il fancazzismo non viene riconosciuto a dovere.

Il Politburo del dileggio era formato da quattro irriverenti mormoni, proseliti dello sbeffeggio e del gomito da bancone: io, Mistral, battitore libero e procacciatore imbattibile di latrine sordide e rumoreggianti; Horacio, tabagista ecumenico assuefatto ai silenzi inibitori; Uderico Trillini, per comodità semplicemente Trillini, gentile per vocazione e convinto di essere la metempsicosi dell’anima di Beckett. A volte succede. E poi Francis Le Fou, detto anche Foule, perché in lui convivevano per lo meno tre anime lacerate, decibel ambulante e caotico. Quella sera con il Politburo c’era anche Leila, sposa cadavere, figura smunta e intristita dalla sua stessa bellezza candida, uscita probabilmente dalla matita ombrosa e tremante di Tim Burton. Le sue parole taglienti come forbici di metallo urlante, la mani dolci come il cioccolato. Seduceva Leila, ma non induceva a sedurla, un rompicapo teutonico senza uscite secondarie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Horacio con la sua mano pencolante e instabile ci indicò la diritta via, in un sermone semimuto. E la strada maestra era sempre la rue Timbaud. Dopo qualche manciata di scure al bistrot delle suore, riunimmo il soviet della cialtroneria e emanammo una sentenza inappellabile: Arancia meccanica, arringa messianica. La neve irrigidiva le mascelle, ricordo la sequenzialità delle fitte ai capelli. Il freddo bloccava lo scorrere naturale dei pensieri, i denti battevano al ritmo di una sonata artica, scivolare con il culo per terra non suscitava più l’ilarità dei barboni morenti. Entrammo all’Arancia, avvolta nella nebbia colante delle sue vetrate, sintomo di alitosi solforose. La musica si fermò all’improvviso, un deejay con i baffoni da agricoltore si levò il baschetto. Il barista esagitato iniziò a battere le mani, non per il freddo. Ci coinvolse nel suo vorticare ritmato, il calore della presenza umana ci scaldò la bile rivoltata. Rinunciammo al Lattepiù, fu un’orgia assidua di ambrate belghe dal carattere fibrillante. Percepii l’irregolarità del miocardio.

Lei stava seduta in un angolo remoto della sua esistenza, guardava allucinata un video muto sullo schermo gigante. Aveva il volto ingiallito e scavato, le occhiaie in progressione, e una magrezza strana. Come se tutto il peso di quel corpo traviato fosse stipato nel suo sguardo invaghito di vite altrui. Fummo tutti d’accordo: era Paola. Fece fuori alla goccia una tazza di Jägermeister, poi lasciò macerare i suoi occhi color ebano su di noi, abbracciando mortalmente la nostra supposta levità. Brindammo a qualcosa di iniquo, mentre Leila spariva sotto l’egida dei suoi mantra indiani e Francis insultava il karma incompiuto di una delle tante passanti solitarie. Ormai Paola era dentro di noi, ed era inutile e contro produttivo fingere il contrario. Horacio rollò un trinciato, Trillini si aggiustò gli occhiali per reprimere una smorfia di dissenso, quanto a me controllai il buco alla base del boccale. Come al solito non c’era. La neve cessò, il freddo si acuì, Paola: ?. La mescalina. Ti amiamo e ti aspettiamo, all’ombra dei nostri sogni. Paola. ?.

Continua

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Mezzanine, mescalina

Vagavo lungo la banchina seguendo aritmicamente il battito salmastro delle onde a lunga gittata. Un marinaio spodestato da un cumulo di carni in svendita mi guardò incuriosito, tirando un sospiro di tabacco al rabarbaro dalla sua pipa incancrenita. La marea si stava alzando lentamente, lo si intuiva dal nervosismo dei gabbiani: il loro solfeggio destava preoccupazione, i presagi non erano dei migliori. Un palazzo si ripiegava su stesso, eppure i suppellettili sembravano non risentire del problema. Vidi il peschereccio salpare mestamente verso un’altra magra avventura, la pescosità ormai era una lontana chimera. Rimandai l’ora della zuppa di barbabietola alle calende greche, un branco di spigole si esibì all’improvviso in un turbinio di effetti speciali di caratura olimpionica. Mi ricordai di quel ginnasta sfortunato, soffocato dalla convessità anomala di una capasanta. Lui, che era vegetariano. Raccolsi un fiore di alchechengi, sapevo che da queste parti lo chiamavano “un amore in gabbia”. Sorrisi, pensai all’imponenza dell’agave: per la prima volta nella mia vita provai qualcosa di simile alla nostalgia. Fu in quell’esatto istante di naturalismo verista che decisi di sfidare l’ignoto: entrai dentro quella matassa di bruma elettrica che avvolgeva simbolicamente stracci di vita agra, e dentro quella maledetta nebbia lo vidi, composto e suadente, statico, incantatore. E in quanto a locande non ho mai toppato, da che mondo è mondo. Chien Stupide, luogo di sconforto per millantatori assuefati, tripudio di blasfemia carnale. Miaou, stava scritto sotto l’insegna penzolante. Un giusto sbeffeggio aristocratico, pensai. Mi fermai davanti alla porta: la stamberga era piena eppure sembrava echeggiare, all’interno, il vuoto di secoli di cupidigia triviale. Il soppalco stava proprio sopra il bancone, la più strategica delle postazioni. Bramai fin dal primo sguardo sfocato. Soppalchi così non se ne vedevano più da tempo, da quando un mobilificio scandinavo aveva fatto proprio il concetto di “mezzanine”. Il marrone-rosso del Prunus avium, ciliegio per i comuni mortali, dava al sottotetto quell’aura aurea di rifugio salvifico dell’anima che tanto sarebbe piaciuta a Plinio. La ringhiera in acciaio con finiture di nero toglieva di mezzo ogni spiraglio per insani gesti, dando sicurezza alla narcolessia latente. Sul tavolino di castagno un calamaio accompagnato dalla verginità di un taccuino per esploratori di sogni. Decisi che quella sarebbe stata la mia grotta, adornata dal fascino primitivo di stalattiti di ricordi lontani. Salii i quindici gradini scricchiolanti che separavano lo spettacolo del mondo da quell’osservatorio privilegiato, l’odore del parquet ottocentesco si mescolava all’incenso bruciato. Buttai il tabarro su una cassapanca piena di teste tagliate, mi spogliai del borsalino e ordinai un armagnac del Settantacinque. Un brindisi alla mia nuova dimora mi sembrava d’obbligo. Ora non rimaneva che d’intingere il calamaio nell’acrilico, il resto sarebbe venuto da sé. L’oceano sbuffò, bagnando di sale e di schiuma inquinata l’asciuttezza delle nostre coscienze glabre. Non potevo dimenticare il mio sadomasochismo spazio-temporale: oh dolce e mite Mediterraneo. Un cane stupido abbaiò di soppiatto rompendo l’alchimia del silenzio dolorante, le prime gocce d’inchiostro macchiarono la verginità dei fogli color panna. Se il cervello fosse stato un alambicco avrei potuto distillare i miei pensieri, ma il creatore aveva deciso per noi. La porta si chiuse, sbattendo fragorosamente, adesso poteva avere inizio il mio calvario tragicomico. Il secondo armagnac arrivò senza bisogno di reclami: anche in fatto di baristi non ho mai sbagliato un colpo. Brindammo al succedersi degli eventi e all’eleganza dei gatti. Fuori iniziò a piovere: si stava da cani, stolti. Assunsi una consistente dose di mescalina. Tutto divenne più fluido, anche il rumore del mare.

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