Le gambe conserte e una felce umida tra le mani, osservo i tetti di ardesia incastrati nell’angustia ragnatela di un dedalo metropolitano. Il vespro scende lentamente, colorando di prugna il gregge sparuto che pascola nel cielo. Le luci si accendono una dopo l’altra, riportando sul palco l’odore stantio della monotonia quotidiana: non c’è nessun Dio a vegliare su di voi, sull’opera delle vostre devastazioni. Lei è viva e io sono morto, ripeto il salmo dell’unica religione possibile, quella della solitudine, quella della follia. Quando riapro gli occhi, lacrimanti di sole e cristalli di sale di Guérande, mi ritrovo solo nel frastuono sottocutaneo di una glaciale vettura della metropolitana: la linea Quattro. La velocità aumenta costantemente, la forza centrifuga mi sbatte con violenza sui sedili reclinabili, ovviamente chiusi. Apro il libro che ho nella tasca destra del giaccone, a pagina centocinquantacinque, là dove si discute di blasfemia mistica o di una mistica blasfema. Insomma. Leggo e rileggo, avanti e indietro nel cimitero parlante di queste poche righe, tutto intorno la luce compie strane evoluzioni, tra bellezza e lacerazione. Poi osservo la sporcizia per terra, una lattina vuota, il vomito giallastro di qualche adolescente alle prime armi, briciole di vite perdute. Il palo d’acciaio che fa da pilastro si scioglie a causa dell’accelerazione improvvisa, il metallo urla, un sorriso di bambola si disegna sulla lattina, le porte si spalancano ed ecco un essere senza volto entrare nella mia alcova centripeta. Non guarda, non piange, non ride, non parla. Sputa lamelle di pus infetto, è finita l’epoca delle odalische. Nel pannello che indica i minuti le cifre impazziscono, enne un milione trilioni anni luce futuro prossimo Sarajevo Novecento Medioevo Rinascimento calco dei tempi. La paura non ricordo più cosa sia, un fottio di sentimenti al macero, acchiappo un pugno di pomodori secchi, dov’è, dov’è il vostro maledetto sapore di sole e di fuoco lunare? Sono l’attore muto della disumanizzazione dell’umanità, una salamandra oscura che calpesta il suolo orfano della sua stessa sacralità: non c’è più dolore né fede. I colori si sfocano su loro stessi, il libro si chiude perdendo il segno, la liquidità della vettura galleggia in mezzo ai tunnel infiniti del nulla assoluto.
Poi un prurito, un leggero tremore, una carie che ricomincia a pulsare e le chele di un granchio che acchiappano le dita callose abbandonate su un tavolo desertico. Apro gli occhi, le lacrime si sono asciugate sotto il sole dei morenti, un flauto traverso accompagna la catarsi palindromica, nell’aria si disegnano i cerchi di strane simmetrie. Eccola, ghiacciata, gocciolante, redenzione ermetica: la pinta di birra giace proprio davanti ai miei occhi, la sollevo religiosamente e poi bevo, bevo la vita a lunghi sorsi. È lei, la mia paga del Sabato, Prima della fine.
Prima che l’effetto finisca, poi mi perderò di vista.





Vagavo lungo la banchina seguendo aritmicamente il battito salmastro delle onde a lunga gittata. Un marinaio spodestato da un cumulo di carni in svendita mi guardò incuriosito, tirando un sospiro di tabacco al rabarbaro dalla sua pipa incancrenita. La marea si stava alzando lentamente, lo si intuiva dal nervosismo dei gabbiani: il loro solfeggio destava preoccupazione, i presagi non erano dei migliori. Un palazzo si ripiegava su stesso, eppure i suppellettili sembravano non risentire del problema. Vidi il peschereccio salpare mestamente verso un’altra magra avventura, la pescosità ormai era una lontana chimera. Rimandai l’ora della zuppa di barbabietola alle calende greche, un branco di spigole si esibì all’improvviso in un turbinio di effetti speciali di caratura olimpionica. Mi ricordai di quel ginnasta sfortunato, soffocato dalla convessità anomala di una capasanta. Lui, che era vegetariano. Raccolsi un fiore di alchechengi, sapevo che da queste parti lo chiamavano “un amore in gabbia”. Sorrisi, pensai all’imponenza dell’agave: per la prima volta nella mia vita provai qualcosa di simile alla nostalgia. Fu in quell’esatto istante di naturalismo verista che decisi di sfidare l’ignoto: entrai dentro quella matassa di bruma elettrica che avvolgeva simbolicamente stracci di vita agra, e dentro quella maledetta nebbia lo vidi, composto e suadente, statico, incantatore. E in quanto a locande non ho mai toppato, da che mondo è mondo. Chien Stupide, luogo di sconforto per millantatori assuefati, tripudio di blasfemia carnale. Miaou, stava scritto sotto l’insegna penzolante. Un giusto sbeffeggio aristocratico, pensai. Mi fermai davanti alla porta: la stamberga era piena eppure sembrava echeggiare, all’interno, il vuoto di secoli di cupidigia triviale. Il soppalco stava proprio sopra il bancone, la più strategica delle postazioni. Bramai fin dal primo sguardo sfocato. Soppalchi così non se ne vedevano più da tempo, da quando un mobilificio scandinavo aveva fatto proprio il concetto di “mezzanine”. Il marrone-rosso del Prunus avium, ciliegio per i comuni mortali, dava al sottotetto quell’aura aurea di rifugio salvifico dell’anima che tanto sarebbe piaciuta a Plinio. La ringhiera in acciaio con finiture di nero toglieva di mezzo ogni spiraglio per insani gesti, dando sicurezza alla narcolessia latente. Sul tavolino di castagno un calamaio accompagnato dalla verginità di un taccuino per esploratori di sogni. Decisi che quella sarebbe stata la mia grotta, adornata dal fascino primitivo di stalattiti di ricordi lontani. Salii i quindici gradini scricchiolanti che separavano lo spettacolo del mondo da quell’osservatorio privilegiato, l’odore del parquet ottocentesco si mescolava all’incenso bruciato. Buttai il tabarro su una cassapanca piena di teste tagliate, mi spogliai del borsalino e ordinai un armagnac del Settantacinque. Un brindisi alla mia nuova dimora mi sembrava d’obbligo. Ora non rimaneva che d’intingere il calamaio nell’acrilico, il resto sarebbe venuto da sé. L’oceano sbuffò, bagnando di sale e di schiuma inquinata l’asciuttezza delle nostre coscienze glabre. Non potevo dimenticare il mio sadomasochismo spazio-temporale: oh dolce e mite Mediterraneo. Un cane stupido abbaiò di soppiatto rompendo l’alchimia del silenzio dolorante, le prime gocce d’inchiostro macchiarono la verginità dei fogli color panna. Se il cervello fosse stato un alambicco avrei potuto distillare i miei pensieri, ma il creatore aveva deciso per noi. La porta si chiuse, sbattendo fragorosamente, adesso poteva avere inizio il mio calvario tragicomico. Il secondo armagnac arrivò senza bisogno di reclami: anche in fatto di baristi non ho mai sbagliato un colpo. Brindammo al succedersi degli eventi e all’eleganza dei gatti. Fuori iniziò a piovere: si stava da cani, stolti. Assunsi una consistente dose di mescalina. Tutto divenne più fluido, anche il rumore del mare.